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Testo in catalogo per la mostra Working Class
Appunti sul lavoro di Eugenio Giliberti – Aldo Iori
Il titolo della mostra “Working Class”, associato al lavoro dell'artista napoletano, induce ad una riflessione che implica il superamento
dell'indicazione storica del termine, desueta e semplicistica nel confronto con
l'attuale
realtà politico-sociale. Il titolo in questo caso segna la condizione di memoria e soprattutto di appartenenza ad una
comunità nella quale il lavoro offre un valore aggiunto al reale e una
qualità determinata dal pensiero di cui
l'oggetto
(opera)
diviene
portatore:
un
pensiero
che
riguarda
il
concetto
di
lavoro
inteso
come
"fare'
arte. I
"fatti
lavorativi', le pitture, le cere, le fotografie, i disegni, i video e i plastici esposti in mostra, assumono quindi nuovo significato se collocati in questa possibile visione.
L'esperienza di ognuno e la speculazione filosofica e scientifica, dalla fisica
all'economia politica, definiscono cosa sia il lavoro e ciò che produce, sia esso spostamento, calore, valori, opere, sapere o qualsivoglia prodotto. La questione oggi non
è tanto quali siano le possibilità di produrre opere d'arte, né tanto meno il valore che esse debbano avere nel sistema
dell'arte, quanto il pensiero che le genera e la logica che le sottende in una
nuova considerazione del "fare' arte.
La volontà primigenia dell'autore permane quale elemento fondamentale per considerare
l'opera come tale: il processo riflessivo dell'artista trasforma la materia in oro e il visibile in invisibile.
L'osservatore contemporaneo, pur cosciente delle condizioni, differenti da ieri, che collocano
l'opera in una complessità nella quale la visione è continuamente indotta a sguardi deviati e caleidoscopici, stenta a riconoscere
l'icona e a fornirle un paesaggio di appartenenza.
Nell'attuale situazione le ideologie storiche, anche politiche, ormai considerate superate sono travalicate da altre ideologie sempre più dominanti che pongono il lavoro non più in una condizione di produzione ma meramente di consumo e la merce e il suo controvalore sono visti come elementi ancor più determinanti per ogni ottica e speculazione anche teorica. I nuovi mezzi comunicativi e riproduttivi modificano la percezione e il rapporto con il reale e pongono lo sguardo in
un'inedita condizione di dover porre continuamente distanza critica tra
virtualità e realtà . La condizione parossistica induce al collasso e i termini divengono pericolosamente intercambiabili. Seconde vite virtuali nelle quali contemplare la
realtà insufficiente e nelle quali perdere il senso della finzione. Lo stregatto ci sorride nello specchio di Alice. E
l'opera? Essa, che sempre ci ha indicato l'invisibile, come si riscatta in una condizione in cui
è ostaggio di una cultura eletta a sistema di merce?
Il lavoro di Eugenio Giliberti va a interagire con le questioni profonde della trasformazione della materia in oro. Il paesaggio che definisce mette in risalto un movimento lento ed inesorabile dove ancora
è il pensiero che diviene la forza agente determinante del fatto. E questo come sempre al di
là di ogni possibile metafora. Il progetto di Rotondi, il restauro di una masseria di famiglia e la costruzione, apertura e messa in produzione di un laboratorio di lavorazione del legno, coinvolge complessivamente
l'artista che se ne occupa, guardandolo, come lavoro d'arte. Non certo con una valenza neocomportamentale o da costruttore
dell'opera totale, ma con una visione ampia e legata al momento contemporaneo e al suo coinvolgimento, questo sì, con interezza di artista.
Gli ambiti di azione sono separati – fisicamente una strada divide la masseria/studio dal capannone/laboratorio – ed
è nel momento del lavoro, attraverso il pensiero dell'artista, che essi si relazionano. Anche in
quest'occasione espositiva le opere, pur presentandosi come frutto di elaborazioni formali dettate da un lungo e particolare percorso logico/estetico, sembrano assumersi gli oneri di una condizione che in parte
è derivata da un'appartenenza a un contesto in cui l'elemento fulcro/cerniera è
l'artista stesso. Le esperienze realizzate nel luogo, i disegni e le foto della
realtà , i racconti dei lavoranti, lo spaccare la legna, la legna stessa in un suo abbandono formale
nell'aia, l'astrarsi nella lettura in auto dell'amica artista, e così via, divengono base per opere che segnano dei punti da cui
è possibile traguardare il nuovo paesaggio che si va a comporre davanti all'osservatore. La stessa storia atletica del gallerista Guidi diviene emblematica di un passaggio nel quale la forma, e quindi
l'icona da essa generata, si ridefinisce in dettagli del fare nei quali non è più possibile, né determinante, riconoscere i modelli, oramai sfumati nella distanza.
àˆ l'opera che detta la misura dello sguardo nel proporre cambi di scala (costante
dell'artista fin dalle sue dilatazioni combinatorie dei colori o nei grandi
insetti): nella stanza della masseria ricostruita in scala, nel "plastico' della sua
proprietà a Rotondi, nella "scodella' di cera appesa. Ed è ancora l'opera che guida
l'osservatore introducendolo in dimensioni inedite dove la sensibilità materica si stempera in memoria, la visione produce piacere, il segno misura la distanza dal reale: quel reale sempre presente nel paesaggio e sempre riferimento nelle opere di Eugenio Giliberti di puntuale attenzione critica.