mostre personali opere testi progetti diversi gli studi masseria varco lavori in corso mostre collettive
AUTORE: Eugenio Giliberti titolo: premessa - cercavamo casa anno: 2003 - 2019 pubblicato in: inedito premessa a "progetto "di artista abitante" |
![]() |
|
Cercavamo una casa nella zona. Avevamo
19 e 21 anni. Viviamo lì dal
9 agosto del 1976, per molti anni non ci abbandonò
l’appellativo de ‘e studienti’. Il 10 agosto mancavano due ruote alla 126 verde. Solo altri
due furti poi: il 21 ottobre 1979, giorno della visita del Papa Giovanni Paolo
II a Napoli, ladri penetrarono in casa scassinando con facilità una serratura da
quattro soldi e rubando piccoli oggetti d’argento ed una scatola di gioielli
della famiglia di mia moglie; più traumatico il recente scippo della sua borsa,
dalla macchina, mentre rallentava per cercare parcheggio. Due in vespa. Lei
reagisce e resiste, ne ricava anche un livido che metterà mesi a scomparire.
Niente di straordinario. Il vicolo è tranquillo. Un amico che abitava di fronte
ci fece sapere dell’esistenza di quest’appartamento sfitto, di proprietà
dell'”Istituto dei Ciechi”. Curiosamente non si trattava dell’Istituto Coslosimo
che ha sede a due passi, ma del”Martuscelli” di Corso Europa. Siamo stati lontani da questa abitazione solo saltuariamente, se non fosse per un periodo di tre anni, dal luglio 1990 in cui l’edificio fu interessato da incredibili lavori di “ricostruzione” passati attraverso tre diverse imprese (la prima non aveva i requisiti, la seconda è fallita in corso d’opera, la terza ha sistemato le cose in |
||
economia
consentendoci finalmente di ritornare
nel dicembre del 1993) e che oggi forse
hanno maggiormente compromesso la
stabilità dell’edificio. La nostra casa
è cambiata. Ci ho tenuto il mio primo
studio di artista e qualche festa
memorabile. Ci sono passati moltissimi
ospiti. In principio ci poteva venire
praticamente chiunque, in un giro
allargato di amici di tutta Italia, non
aveva un posto dove dormire. Trovava noi
o no, c’era sempre qualcuno che gli
indicava la strada per raggiungerci ed
ottenere un letto, come allora si usava.
Come capita in casa di ragazzi, molte
volte non avevamo neanche il bene di
conoscere i nostri temporanei ospiti
portati da altri ospiti. Deve essere per
questo che davamo un senso di
insicurezza ai nostri vicini. Una volta
fui anche convocato dai carabinieri, un
giovane capitano nella caserma di Santa
Maria della Stella mi informò che i
vicini ci sospettavano per dei furti
d’appartamento. Non mi fu difficile
solidarizzare col giovane capitano - un
coetaneo -, nonostante la divisa. Era
chiaro che una casa di giovani, nel
vicolo, era una novità difficile da
digerire con il continuo via vai di
gente, all’epoca era praticamente la
redazione della pagina locale del
giornale Lotta Continua, e tutti quei
capelloni e quelle ragazze in giro fino
a notte fonda... |
Vico Pero è uno dei tanti vicoli della napoli antica, porta il
nome di una grande pianta che probabilmente venne sacrificata con grave
dispiacere dei proprietari per far spazio ad una nuova strada.
Sono diverse le strade cittadine che portano nel nome il
ricordo del rispetto dovuto ad un albero o ad un pezzo di verde scomparso.
Diverge da Vico Pero Vico Noce. Insieme definiscono la pianta triangolare del
fabbricato di vico Pero 9, il più antico della zona. Sulla facciata del palazzo
una bella insegna marmorea datata 1735 ricorda l’apertura della strada ad opera
di Francesco Sorrentino, “commodo inquilinorum” cui probabilmente si dovettero
sacrificare il grande pero ed il grande noce dell’orto. Nel quadro ortogonale
dei quartieri spagnoli, vico lungo Gelso e vico giardinetto sono ascissa ed
ordinata ed è possibile immaginare che nel punto 0 segnino il ricordo di un
piccolo giardino dominato da un enorme gelso; al Vomero, Viale delle Acacie si
presentava da sé: grandi acacie, nel mio ricordo di alunno dell’omonima (era una
catena nominale) Scuola Media, in realtà piuttosto striminzite per avarizia di
suolo, caratteristica dell’espansione cittadina lungo tutto il secolo scorso.
Con tutto l’arretrato che c’è, di onorificenze non ancora
riconosciute, di commendatori e piccoli signori della cultura o delle
professioni, può essere considerato uno spreco.
E’ uno spreco, ma tant’è, una città con pochissimo verde, e
con una vocazione secolare dell’edificazione intensiva, innalza così i suoi
monumenti al verde scomparso esorcizzandone il senso di colpa relativo.
Ci volle del tempo prima che ci rendessimo conto di abitare
nella strada dove era vissuto ed era morto Giacomo Leopardi. Diverse volte la
cosa ci venne poi in soccorso quando, negli anni di riavvicinamento più sereno
ai parenti, eravamo costretti a raccontare della nostra vita agli amici di
famiglia preoccupati per la scelta di andare ad abitare nel centro storico
(provate a chiedere cosa pensano di questo quartiere gli abitanti del Vomero o
di Chiaia): abitavamo pur sempre nella strada dove era morto il grande Leopardi,
come lo avessimo fatto a posta.
Recentemente, all’angolo del civico 9, dove abitiamo è
comparsa una nuova targa toponomastica (la vecchia era stata distrutta a
bastonate dai vandali “ricostruttori” alle dipendenze di una delle ditte
incaricate dei lavori della “219”) . Dai famosi lavori fino a poco tempo fa,
spiegare il nostro indirizzo richiedeva una certa concentrazione da parte
dell’interlocutore: Provenendo dal Museo, percorrere Via Santa Teresa, fino al
semaforo (sempre spento), prendere la prima a sinistra (che si chiama via
Stella), poi subito a destra in una strada senza targa (che è vico Pero) e poi
bussare al nostro citofono al palazzo sulla sinistra privo di numero civico. La
piastrella in ceramica dipinta a mano in blu su smalto bianco, ha un segno alla
base del numero, come si fa con i numeri della tombola, quasi che il calligrafo,
prevedendo che saremmo stati costretti a rimuoverla per preservarla da ingiurie
vandaliche si fosse preoccupato di non farci cadere in errore trasformando il 9
in 6 per dimenticanza. E’ancora in casa nostra, la salvammo, insieme ad una
bella targa di marmo ora ricollocata (male) sulla facciata del palazzo, e
aspetta sempre che l’amministratore del condominio incarichi qualcuno per
rimetterla al suo posto.
Ora, almeno con l’indicazione stradale
ci siamo, e l’indicazione è VICO DEL PERO,
come dicevamo noi per questioni estetiche e non VICO
PERO, come sbrigativamente indicato dalle vecchie targhe e ricordato negli
scritti di Leopardi e di Ranieri. Resterebbe da chiedere chi abbia scelto il design
delle nuove targhe per tirargli dietro qualche improperio, ma mi astengo. Meglio
non sapere, e forse non chiedere.
Insomma Leopardi serviva a recuperare un minimo di orgoglio
per il nostro vicolo proletario e per la scarsa luce che regala alle nostre
finestre. Nel 2003, chiamai come una mostra antologica la mia personale ospitata
al Castel Sant’Elmo, non perché lo fosse, ma perché con essa, e con il testo
della conversazione con Angela Tecce pubblicato in catalogo, avevo compiuto
certamente una fase le mio Curriculum vitae (questo era il titolo della mostra),
e tratto un bilancio della mia opera e della mia vita. Bilancio senza riga dei
risultati, che per un artista è molto pericoloso guardare i numeri che vi
verrebbero scritti. E nel capitolo dei bilanci, non può mancare il fatto che da
27 anni calpestassi tutti i giorni la strada che Leopardi calpestava volentieri
negli ultimi anni della sua breve vita. Si sentiva un vecchio a 39 anni, anche a
37. Col mio metro di oggi, direi: quasi un ragazzo.
Fare i conti con questo luogo. Cominciai a studiare,
frequentai, divertendomi, la biblioteca nazionale e l’istituto di Storia Patria,
Scelsi un pilota per questo viaggio impervio. Pablo, un delicato studioso e
poeta che mi ha prestato i primi libri per permettermi di approfondire
l’argomento. Altri mi si presentarono sulla strada.
Tutto partiva da una visione, come sempre mi accade prima che
il pensiero dia una forma definita ad un progetto. La visione di un vicolo, per
qualche giorno, diventato libro. Dove la gente che ci abita possa leggere e
rilegge alcuni significativi passi dell’opera filosofica e poetica di Leopardi
fino ad impossessarsene come di cosa propria. come non farebbe facilmente dalle
pagine di un vero libro…